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Posso accettare la sconfitta, tutti falliscono in qualcosa. Ma non posso accettare di rinunciare a provarci

Michael Jordan

La storia di Agent Zero

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Gilbert Jay Arenas nasce il  06/01/82 nella capitale del Sole e dello Spettacolo: Los Angeles. Nella citta' degli Angeli "innamorarsi" del basket e' una delle cose piu' comuni fra i giovani: famosa per le leghe estive di tutti i livelli (dove militano anche giocatori Nba), con molti playground e una franchigia famosa (fra le piu' conosciute al mondo) e dotata di una mentalita' vincente. 

Il piccolo Arenas fu proprio uno di quei bambini che poco dopo aver imparato a camminare, imparo' a palleggiare, tirare e ad ammirare (ed imitare) i Lakers dello Show-Time, diventando una presenza fissa al campetto e membro titolare del Team della scuola grazie alla sua capacità di segnare punti in ogni occasione.

Nonostante le sue abilità i numeri di Arenas non colpirono i tecnici nazionali, in quanto la sua High School faceva parte di una lega minore quindi con una squadra di un basso livello tecnico.  A tal punto che alcuni Coach dichiararono che se fosse stato scelto da una Università di Division One i suoi minuti in campo sarebbero stati “0” 

Queste parole ebbero un impatto così forte su Gilbert che decise di fare dello “ZERO” il suo numero, il suo marchio.

 

“Ora gioco con il numero zero perché mi ricorda che devo scendere in campo e combattere. Ogni giorno.

Tra le tre opzioni per il college c’era quello dell’ Arizona, decisi di andare proprio là.

Mi ricordo che mio padre mi disse: Non dovresti scegliere quella. Hanno pregiudizi e quando leggeranno le tue carte spareranno a ‘zero’ ,diranno che giocherai ‘0’ minuti.” Ma questa idea non mi dispiaceva…

Se devo giocare ‘zero minuti’ allora andrò proprio ad Arizona e me li conquisterò tutti. Tanto nessuno crede in me in nessun caso. NON si trattava più nemmeno di basket, si trattava di dimostrare che si sbagliavano e per questo ci ho dato dentro, sempre più forte fino a che non ho esordito per la prima della stagione.

In realtà ho iniziato a prendermela con questo sport. Sai, se il numero ‘0’ deve rimanermi incollato addosso, dimostrerò a tutti che si sbagliano fino a che non uscirò dal college.

E’ stato duro, e ci sono stati momenti in cui ho sofferto molto. Insieme a tutte le difficoltà della vita, nel basket sono passato dalle stalle alle stelle.

Il mio gioco è fatto di spettacolo, ma quando scendo in campo si risveglia la tigre che è in me.

Passai le prime 40 partite della mia carriera nell' NBA in panchina e anche se qualcuno si infortunava o eravamo sotto di venti non c’era verso di togliere la tuta…

Mi sentivo inutile, depresso. Avevo perso fiducia in me stesso. Sarò bravo abbastanza? Questo genere di dubbi mi perseguitava.

Non si erano accorti del mio talento, ma neppure di quanto lavorassi duro. Ma una videocassetta dei tempi del college mi ricordò che sì, ero in grado di giocare a basket.

Potevo restarmene lì ad amareggiarmi in panchina, invece iniziai ad allenarmi ed allenarmi a osservare i giocatori e quello che facevano in campo. E quando finalmente venne il mio turno, era come se sapessi già cosa fare.

Dall' assoluto anonimato, conquistai i riflettori e da allora non mi sono più voltato indietro.

L’unico modo che hai per capire se vali qualcosa è crederci fino in fondo. Questo è il mio messaggio: Se nessuno crede in te, tu credi in te stesso”

 

Non esiste il successo facile e veloce. Le persone di successo si sono impegnata per anni andando avanti quando nessuno credeva in loro. Essendo tenaci si diventa vincenti

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